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22, Nov 2021
Il 19 Novembre è la giornata internazionale dell’uomo.

Il 19 Novembre è la giornata internazionale dell’uomo. Tuttavia, anche se in Italia si festeggia circa dal 2013, a livello nazionale non è riconosciuta ufficialmente.
Ma non solo, neanche a livello europeo è accettata, e le Nazioni Unite non si sono pronunciate in merito (vi invito a vedere l’articolo che ho fatto sul mio profilo personale il 3 Novembre).
Per quanto riguarda l’America, idem come sopra. Loro sono poi la patria del pensiero woke, figurarsi se contemplino la possibilità di creare una giornata dedicata all’androsfera.

Al contrario l’8 Marzo, ossia la giornata della donna, è riconosciuta dalle Nazioni Unite, è celebrata come festa nazionale in molte parti del mondo, e perfino Google tutte le volte gli dedica una copertina ad hoc con tanto di video.

Ma che ci volete fare, gli uomini non hanno problemi. Se li hanno non sono così gravi. Se sono gravi non sono così diffusi… e se sono diffusi, è comunque sempre colpa loro e del PaTrIaRcAtO.
Purtroppo viviamo in un’epoca dove questo è il pensiero dominante, e tocca provare a combatterlo, nel nostro piccolo.
Non venitemi a dire che il femmicristo ci salverà tutti, perchè vi sputo in faccia.

L’unico motivo per cui il 19 Novembre non è stato dichiarato addirittura illegale (sono ironico) e qualcuno ancora ne parla, è solo ed unicamente grazie alla medicina (non sono ironico).
Se a livello di diritti umani siamo ancora in alto mare e, invece di considerare tutti uguali, la maggior parte della popolazione tende a demonizzare l’archetipo maschile e crede alla scemenza del PaTrIaRcAtO e della società maschilista, a livello medico la cosa è diversa.
Per fortuna, e spero che resti così, i bias ideologici non hanno ancora contaminato il mondo della ricerca e della sanità, quindi a tutti i pazienti italiani è garantito lo stesso diritto alla salute. Ok, con differenze dovute alla lotta di classe, dove chi ha i soldi va da privato ed ha un trattamento migliore e tempi più brevi… ma via, di fondo tutti comunque tramite SSN possono ricevere assistenza medica.
Così come si cura il cuore, si cura il polmone, così come si cura l’utero, si cura la prostata.
La medicina, grazie ad Lathander, è ancora neutra.

Ed è proprio di medicina che oggi voglio parlarvi. Abbandono quindi la tematica sociale, abbandono le disparità di genere che vedono un gap empatico ai danni dell’uomo ed una sistematica demonizzazione del maschio, e mi sposto unicamente sulla scienza.

Di tutte le forme di medicina, quella che conosco meglio (per riflesso, non perchè ho una laurea) è l’urologia. Questa si occupa di tutta una serie di problematiche che vanno dall’oncologico al funzionale (la minzione).
Gli organi principali di interesse sono reni, vescica e prostata.
Nello specifico, tolti i primi due visto che li hanno maschi e femmine, quando si parla di prostata si parla di andrologia.

Fra le tante, due sono le principali patologie che colpiscono la prostata. L’ipertrofia prostatica benigna (IPB) ed il tumore.

Nel 2020 sono uscite le nuove linee guida dell’European Association of Urology, e sono basate sulla letteratura scientifica più recente. Nel mio piccolo, in quanto ultima ruota del carro, mi sento orgoglioso di aver aiutato -seppur in modo infinitesimale- i ricercatori con cui lavoro e che fanno parte di un centro di eccellenza che ha contribuito in modo sostanziale alla realizzazione dei nuovi protocolli.

L’ipertrofia prostatica benigna è un ingrossamento dell’organo che causa diversi fastidi. Primo fra tutti la necessità urinare più frequentemente, in secondo luogo causa ripetute interruzioni del sonno per alzarsi più e più volte la notte per andare in bagno, in terzo luogo si manifesta con difficoltà ad urinare e svuotare completamente la vescica.
Può portare ad infezioni delle vie urinarie, calcolosi vescicale e addirittura insufficienza renale.
Colpisce dal 5 al 10% degli uomini under 40, e a partire dai 50 anni c’è una maggiore incidenza fino ad arrivare ad oltre l'80% dopo i 70 anni.
Nel caso dell’ipertrofia prostatica, si stima che solo 1 paziente su 5 segua adeguatamente le terapie. C’è ancora poca sensibilizzazione e chi ne è affetto tende a sottovalutare i problemi che questa comporta.
I suoi sintomi sono similari a quelli che potrebbero esserci nel caso di problematiche alla vescica, come ad esempio la vescica iperattiva, per questo è importante fare accurate analisi per capire bene di quale patologia si tratti.

Le cause possono essere varie, prima fra tutte l’invecchiamento e problematiche ormonali. Tuttavia si è visto esserci una familiarità. Oltre a questo, è stata osservata anche una correlazione con l’infiammazione cronica della prostata.
(In merito all’infiammazione, purtroppo sempre più giovani ne stanno soffrendo in età precoce, ma ora non posso parlarne perchè sennò facciamo notte)

Il primo approccio terapeutico è di tipo farmacologico. Funziona molto bene e migliora sostanzialmente la qualità della vita. Principalmente si tratta di Alfa-bloccanti, inibitori dei 5-alfa Reduttasi ed inibitori Fosfodiesterasi Tipo 5. Non chiedetemi cosa siano, non ne ho idea, di chimica farmacologica non ne so una mazza e, facendo vita da sala operatoria, tutta questa parte la ignoro. Uno ti permette di andare in bagno, l’altro riduce il volume della prostata, il terzo ha a che fare con la circolazione del sangue… e tanto mi basta sapere ahahah. :D

Se i farmaci fossero inefficaci (o poco efficaci), e quando il paziente non riesce più ad urinare, è consigliabile l’approccio chirurgico.
Per comprendere bene di cosa stiamo parlando, è importante capire per sommi capi l’anatomia della prostata. Possiamo immaginarla come una specie di arancia, con una buccia esterna ed una polpa interna, dove al centro passa un canale che sarebbe l’uretra.
Gli interventi a cui personalmente ho assistito per via del mio lavoro sono di quattro tipi, tre dei quali endoscopici con accesso attraverso l’uretra del paziente, una invece a cielo aperto.
Di queste pratiche, ormai quella a cielo aperto non viene quasi mai fatta eccetto rarissimi casi.
Le altre sono Turp, Holep e Rezum.
La Turp, ossia la resezione transuretrale della prostata, prevede l’inserimento di un resettore attraverso l’uretra e la rimozione dell’adenoma prostatico, ossia la polpa della nostra arancia. E’ un intervento che sta andando a scomparire poiché è lento ed è applicabile solo nei casi in cui la prostata è poco ingrossata.
Più recente ed ormai diventata routine c’è la Holep, ossia l’enucleazione dell’adenoma tramite laser ad olmio sparato attraverso una fibra ottica. Anche qui si entra con l’endoscopio attraverso l’uretra, si distacca in maniera circolare la “polpa” dalla “buccia” prima da un lato e poi dall’altro, infine i due pezzi anatomici vengono riversati in vescica e, con un altro strumento chiamato morcellatore, si procede lentamente alla loro rimozione.
Nei casi in cui i due lobi della prostata (in rari casi anche tre, ma non apriamo questa parentesi) siano eccessivamente grandi, e quindi per morcellarli ci vorrebbero ore, si procede a cielo aperto e si estraggono manualmente. In questo caso quello che rimane è una piccola cicatrice sull’addome. Per il resto, Holep e Turp non lasciano segni esterni.
Attualmente la Holep è preferibile alla Turp sia per motivi di tempistiche operatore, che per la totale assenza di perdite ematiche (il paziente non sanguina), ed anche perchè deve portare meno giorni il catetere durante la degenza.
Ne’ la Holep ne’ la Turp invalidano le funzioni sessuali. Il paziente quindi, decorso il normale tempo di guarigione post-operatorio, può tornare alla sua regolare vita.
Ultimo, in quanto solo da pochissimo tempo si sta cominciando a fare, c’è il Rezum. Si passa sempre per via uretrale ma questa volta non si enuclea nulla, viene iniettato con un ago del vapore acqueo (ad altissime temperature) direttamente dentro l’adenoma e, dopo alcuni mesi, il volume si riduce da solo. Ad oggi, viene usato solo in casi in cui la prostata è di dimensioni ridotte, poiché il volume decrescente riscontrato è solo del 40%.

Per ridurre i rischi di IPB è importante prima di tutto fare controlli regolari, un tempo si diceva raggiunti i 50anni, oggi si è visto che anche attorno ai 40 è buona norma, poichè una diagnosi precoce aiuta sempre la guarigione.
Per il resto, valgono i soliti consigli per la salute. Attività sportiva, evitare cibi speziati e piccanti, evitare caffè, avere una dieta povera di grassi saturi e che sia varia.

Apriamo ora il capitolo più grande e affascinante: Il tumore prostatico.

A livello epidemiologico il tumore della prostata è il più frequente, si tratta circa del 20% dei tumori diagnosticati agli uomini, ed è seguito solo dal tumore ai polmoni con il 13%, e poi da tutti gli altri che sono al di sotto del 10%.
La buona notizia è che, se diagnosticato in tempo, le possibilità di guarigione sono alte; infatti la mortalità è di circa il 10% dei pazienti.
Non sono state trovate cause ben identificate. La genetica gioca un ruolo centrale e l’ereditarietà è indubbia (nonni, padri e fratelli diagnosticati). Potrebbero esserci anche fattori ambientali e correlati all’alimentazione, la cosa è in fase di studio, ma non sono ad oggi emerse ancora prove sufficienti. Obesità e fumo sono un altro elemento importante poichè incrementano, oltre ai rischi di esserne affetti, anche l’aggressività del tumore.
Per “aggressività” si intende la rapidità con cui il tumore tende a crescere e a metastatizzare (ossia diffondersi su altri organi). Per il tumore della prostata il sistema di misurazione utilizzato è la “Scala di Gleason” e consiste nell’assegnare un valore da 2 a 10, dove più alto è il punteggio e più aggressivo è il tumore.
Da poco si è introdotto anche un altro sistema chiamato Grade Group, e divide in 5 cluster il tumore. Nelle vostre analisi troverete tutti e due i valori indicati.

Fra i vari test da fare per diagnosticare un tumore alla prostata, c’è un esame importantissimo chiamato PSA. E’ un’analisi del sangue che, tramite un marcatore, ci fa intuire se c’è qualche problema in corso. Più è alto il PSA, più la possibilità che c’è un tumore è concreta.
Il PSA tuttavia non dice in modo certo “Hai un tumore!”, poichè l’antigene prostatico specifico viene sovraprodotto dalla prostata anche in caso di IPB (vedi sopra) e infiammazione. E’ uno strumento importantissimo per identificare la possibilità di rischio, poi si deve procedere con molte altre analisi, come risonanza magnetica multiparametrica e biopsia, per avere la certezza della diagnosi oncologica.

E’ importante fare attorno ai 50 anni l’analisi del PSA poichè una diagnosi precoce può ridurre fino al 30% il rischio di morte per tumore prostatico.
Ancora meglio dopo i 40 anni se si hanno casi di familiarità.

Di PSA si potrebbe parlare per giorni, a partire dal PSA density fino all’indice PHI. Ma si entra nel dettaglio della diagnostica e, oltre a non essere proprio ferrato sulla cosa, sono nozioni che per ora serve poco sapere, fatevi i controlli e sarà il vostro andrologo/urologo a dirvi come state.

Generalmente chi è malato di tumore della prostata è asintomatico, specialmente nelle prime fasi.
In caso di tumore avanzato, invece, è possibile osservare tracce di sangue nelle urine (ematuria), insufficienza renale, dolori ossei e altri sintomi associati.

Tuttavia, non vorrei allarmare i lettori. Avere una diagnosi di carcinoma prostatico non è una sentenza di morte. Anzi, se il tumore è poco aggressivo (ad esempio Gleason 3+3) si entra nella fase chiamata “sorveglianza attiva”. Ossia che non si procede in nessun modo per trattare la malattia, ma il paziente deve fare regolari controlli per vedere se il tumore è stazionario oppure progredisce (ed in caso intervenire).

Per la prevenzione dei rischi non c’è una linea guida precisa. Tornano le buone norme di vita elencate prima, la dieta e l’attività fisica. Dibattuto è il ruolo dell’attività sessuale. Si suggerisce di avere una attività regolare e, in linea di massima, si stima che l’utilizzo dell’organo prostatico possa aiutare in linea generale a mantenere la sua integrità e salute.

Il trattamento di questo tumore può essere fatto con radioterapia, terapia ormonale, rimozione chirurgica a cielo aperto, rimozione chirurgica tramite chirurgia robotica e, da poco, anche la terapia focale.
Ovviamente, sempre per via del mio lavoro, ho potuto assistere a tutto questo, in particolare le ultime tre, ossia l’intervento chirurgico e la terapia focale (nello specifico, quella chiamata Tookad).

Ad oggi, la scelta primaria per curare il paziente è l’approccio chirurgico.
Negli ultimi anni si è andati via via abbandonando l’intervento “open”, detto anche a cielo aperto, per favorire invece l’utilizzo della chirurgia laparoscopica robot-assistita (RARP o RALP).
L’open consiste nell’apertura dell’addome ed estrazione manuale di prostata e vescicole. Viene praticato solo in rari casi, qualora ci fossero particolari complicanze, volume estremamente eccessivo della prostata e simili.

La chirurgia robotica ad oggi è la più diffusa e all’avanguardia. Mostra vantaggi per la salvaguardia di strutture anatomiche che sono corresponsabili della continenza urinaria e delle erezioni e, in più, non richiedendo l’apertura addominale del paziente, lascia meno segni evidenti.
Il robot utilizzato è il DaVinci, una figata assurda prodotta da ABMedica, e sembra tipo una sorta di polipo a 4 braccia con design Apple.
Tramite 6 piccole incisioni si accede nella cavità addominale e vengono posizionate delle porte chiamate Trocar. Si procede poi alla resezione delle vescicole seminali, al distacco della prostata, alla legatura emostatica di plessi sanguigni come il Santorini, e alla fine si riattacca la vescica (anastomosi) direttamente sulla parte alta pelvica, là dove prima era attaccata la prostata.
Come già detto, la salvaguardia delle strutture anatomiche è importante, e questo avviene proprio grazie all’ottica che usa il robot, che permette di ingrandire e zoommare sulle aree di interesse, così da poter lavorare di precisione.
A seconda del tumore, è quindi possibile conservare le innervature che fasciano la prostata, e garantire così maggiori possibilità di recupero delle funzioni sessuali del paziente.
Si parla quindi di nerve-sparing fasciale, intrafasciale ed extrafasciale… ma sono dettagli che ora non ci interessano al fine divulgativo.
Può capitare che, per prevenire o bloccare metastasi, oltre a prostata e vescicole seminali sia necessario rimuovere anche i linfonodi iliaco otturatori. In questo caso si parla di RARP+LAD.
Ok, lo dico… tanto pochi di voi avranno letto fino a questo punto e, chi ci è arrivato, ormai vorrà saperle tutte.
Quando il robot usa la bipolare per cauterizzare/bruciare una parte delle stazioni linfonodali, a me viene sempre una fame incredibile.
Avete presente quando fate una bistecca alla griglia e lateralmente c’è tutto quel grassetto giallo che, a contatto con la piastra rovente, comincia a sfrigolare?
Ecco, stessa identica cosa, e stesso odore (forse un po’ più bruciato).
Quando ti svegli alle 6 del mattino e alle 7:30 sei in sala, dopo di che arrivi alle 12:30 senza aver mangiato nulla, vedere all’ora di pranzo quello sfrigolio di linfonodi è pericoloso… non so cosa mi abbia fermato, fino ad ora, dal mordere il paziente sul letto operatorio.

Comunque l’intervento non sto qui a spiegarvelo nel dettaglio, se trovo un animazione che ho fatto per i pazienti del nostro istituto e ve la linko nei commenti per farvi vedere di cosa si tratta.

Qualora l’intervento non fosse sufficiente, qualora ci fossero metastasi (o sospetto di metastasi), qualora lo specialista che vi segue lo reputasse necessario, dopo la chirurgia potrebbe essere utile la radioterapia e la terapia ormonale.
Idem se il paziente avesse paura dell’intervento chirurgico o se, per motivi specifici, si decidesse di optare primariamente per quella via.
Lavorando prettamente in sala, radioterapia e terapia ormonale le conosco davvero poco e qui mi fermo per evitare di dire scemenze.
Tuttavia, sono strade percorribili e chi vi segue saprà indirizzarti senz'altro al meglio.

Oltre alla chirurgia robotica, che praticamente vedo ogni giorno, c’è anche la terapia focale.
Questa si applica solo in casi in cui il tumore è poco aggressivo e particolarmente piccolo. E’ la scelta che fanno, soprattutto, i pazienti in sorveglianza attiva.
Ovviamente, dato che la sorveglianza attiva si applica qualora la salute del paziente non è a rischio, si evince che la terapia focale sia una scelta legittima mossa più da preoccupazioni di tipo psicologico che da reale necessità medica. In fondo, anche se non aggressivo, è comunque un tumore ed è più che comprensibile che la persona che ne è affetta viva in uno stato di ansia. Io stesso se avessi un Gleason 3+3 (cioè poco aggressivo), ed avessi la possibilità economica, farei privatamente la rimozione con terapia focale. Fanculo alla sorveglianza attiva, anche se piccolo il tumore non lo vorrei.

Nello specifico, la terapia focale consiste in un intervento poco invasivo che, senza dover fare incisioni di sorta, infila delle fibre laser direttamente sotto il perineo, andando a colpire in modo mirato il tumore.
Ovviamente il paziente successivamente deve essere seguito. Ma questo vale anche per tutti gli altri casi di cui ho parlato prima.

Per completezza, dico che esiste anche una terapia chiamata crioterapia, ma non ho mai assistito a nulla.
E’ anche in fase di sviluppo una specie di vaccino che stimola il sistema immunitario e distrugge in modo mirato le cellule tumorali.

Questo è quanto. Spero vi sia piaciuto ed abbia stimolato il vostro interesse.
Preciso nuovamente che NON sono medico, NON ho studiato medicina e assolutamente questo mio articoletto NON è da considerarsi una diagnosi, un guida da seguire o altro.
Andate sempre da professionisti, fatevi seguire e consigliare dal vostro medico e rivolgetevi a centri di eccellenza.
Vi chiedo quindi gentilmente di non farmi domande di tipo medico nella sezione dei commenti, men che meno chiedermi consulti poichè non è di mia competenza.
Al massimo posso consigliarvi degli specialisti a cui rivolgervi perchè, comunque, lavorandoci tutti i giorni li conosco bene e mi fido.

Quello che vi ho detto, sperando che sia preciso, è frutto di quanto ho appreso durante i miei anni di attività come videomaker in sala operatoria, fra interventi, congressi, eventi dal vivo, ricerche nelle quali ho collaborato e via dicendo.
Se qualche professionista di settore troverà degli errori o delle imprecisioni, me lo notificasse e sarà mia premura rettificare immediatamente.

In genere questo è il momento in cui faccio domande… ma sinceramente chiedere cose tipo “E a voi? vi hanno mai diagnosticato un tumore?” mi pare un po’ fuori luogo, quindi mi limiterò ad augurare, anche se in ritardo di qualche giorno, un buon International Men’s Day a tutti.


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