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23, Mag 2020
ECCO COME LA SOKA GAKKAI CERCA DI METTERE A TACERE CHI NE RIVELA LA VERA NATURA DI SETTA.

ECCO COME LA SOKA GAKKAI CERCA DI METTERE A TACERE CHI NE RIVELA LA VERA NATURA DI SETTA.

La testimonianza e le successive minacce e intimidazioni ricevute da ARSENIO SIANI, Siena, ex- responsabile di Hombu della setta Soka Gakkai.

"(PER AVER PUBBLICATO LA MIA TESTIMONIANZA) HO RICEVUTO MINACCE DI DENUNCIA E QUERELA DALLA SOKA GAKKAI"

"Sono stato membro della Sola Gakkai dal dicembre 2010 al settembre 2018. Ho conosciuto la pratica in un momento molto difficile della mia vita. Circa un anno prima di ricevere il gohonzon (ovvero una pergamena, oggetto di culto per questa setta) un mio collega di lavoro mi aveva fatto shakubuku(pratica dei membri della Gakkai che consiste nel cercare di fare convertire il prossimo alla loro religione). All'epoca non potevo capire che mi stavano circuendo, avevo un disperato bisogno di rapporti umani, amicizie, considerazione ed affetto e mi ero illuso di poter trovare ciò a cui anelavo in quelle riunioni. Quasi subito sono iniziate le pressioni perché ricevessi il gohonzon, e scacciavo la sensazione di fastidio che provavo sfoderando sorrisi di circostanza e ripetendo di continuo la medesima frase: " ci sto pensando. Lasciatemi approfondire, sto studiando e recitando, ho bisogno di tempo. " Tuttavia le pressioni non diminuivano, anzi col passare del tempo divennero più insistenti, venivano addotte le motivazioni più insulse per farmi cedere e convincermi a diventare membro. "Intanto ricevi il gohonzon, poi approfondisci". " Hai un legame karmico col gohonzon, stai rimandando l'inevitabile," ecc.

Dentro di me una vocina mi ripeteva che qualcosa non andava, c'era qualcosa si strano e malsano nel comportamento di quelle persone, ma all'epoca non ero pronto per capirlo. Mi offrivano parole d'incoraggiamento, aprivano le porte di casa loro, mi ascoltavano. E soprattutto mi cercavano, volevano sapere come stessi. Sembravano interessati a me. Non potevo rinunciare a quella meravigliosa illusione. Oggi posso dire con certezza che all'epoca non mi interessasse un bel niente della pratica. Non credevo che il daimoku (la preghiera della Gakkai che consiste nella ripetizione ossessiva, anche per ore, di un mantra) funzionasse, né nel karma, nel gosho (insegnamenti scritti del monaco giapponese che ha ideato l'insegnamento che è alla base della pratica della Gakkai) e in tutto il resto. Mi interessava solo sentirmi parte di qualcosa, e credo che i membri se ne fossero anche resi conto. Ma a loro non importava se praticavo correttamente, se approfondivo, se cambiavo, o se diventavo più felice grazie alla pratica. A loro interessava solo che ricevessi il gohonzon. Ero un numero, l'ennesima medaglia da appiccicare sul petto del responsabile di gruppo di turno e del mio sedicente "amico" che mi aveva fatto shakubuku, che moriva dalla voglia di convertire qualcuno così da attrarre benefici nella propria vita.

Lo sapevo, sentivo tutto questo. Il puzzo di marcio era palese, la loro finzione anche. Eppure alla fine crollai. Mi feci convincere a ricevere il gohonzon. La paura di perdere la loro amicizia e la stima che pensavo di godere da parte loro mi fece cedere e infine, dopo l'ennesima, subdola richiesta, dissi quel "sì" da loro tanto atteso. Non passò troppo tempo prima che mi rendessi conto fino in fondo dell'ipocrisia che mi aveva circondato per più di un anno. Subito dopo aver aperto la mia pergamena rimango solo. La persona che mi aveva fatto shakubuku scompare dalla mia vita, mi evita con le scuse più insensate, per via del lavoro continuiamo a vederci ma è evidente che qualcosa è cambiato da parte sua. Come lui, tanti altri. Sono solo, e quando provo a confidarmi, confessando i miei dubbi e la mia frustrazione, mi viene semplicemente risposto che devo recitare per la felicità delle persone che mi stanno arrecando un dispiacere. "Invece di prendertela con gli altri dovresti chiederti come quell'evento risuona nella tua vita, e usare quel dispiacere come espediente per trasformare il tuo karma". Insomma, è colpa mia. Va bene. Mi convinco che hanno regione, e inizio a praticare per cambiare il mio karma. Comincia la trafila delle responsabilità, così da irretirmi ancora di più all'interno dell'organizzazione. Responsabile di gruppo, poi anche di capitolo. Nel 2012 arriva la prima grossa crisi. Sono ad un passo dal riconsegnare il gohonzon, aprire gli occhi una volta per tutte e abbandonare quella follia che mi irretiva da quasi tre anni. Poi succede l'imponderabile. Mi innamoro follemente di una praticante che ha da poco ricevuto il gohonzon. Ha un male di vivere enorme, che ha provato a guarire con ogni mezzo, compreso le cure psichiatriche, ma non hanno funzionato. La pratica buddista è la sua ultima spiaggia. Sento che non posso permettermi il lusso di minare la sua fede. Anche se non ci credo più.anche al costo di fingere, ma devo andare avanti. E così, continuo. Ovviamente gli altri membri ci sguazzano, strumentalizzano il nostro dolore, mio e della mia compagna, per spingerci a praticare con un zelo ai limiti del fanatismo, ci affidano ulteriori responsabilità, a lei come byakuren(giovani donne che si occupano della "protezione" dei membri durante le riunioni) e a me come sokahan(giovani uomini con mansioni analoghe a quelle delle byakuren), vengo addirittura nominato responsabile di hombu(nella struttura piramidale della Gakkai è il quarto livello dell'organizzazione).

Nonostante ciò la sofferenza della mia compagna non si placa e con essa la mia continua ad amplificarsi. Chiedo aiuto, prendo guida, ma ricevo le solite frasi fatte. "Siete sulla strada giusta, questo dolore è la testimonianza che state skarmando". La mia compagna sta davvero male, temo che possa fare una sciocchezza. Soffre di una forma grave di depressione e non è esagerato dire che sia sull'orlo del suicidio. E qui la Gakkai raggiunge il punto più basso di grettezza e mancanza di compassione, quando un responsabile mi risponde:"se dovesse ssuccedere, vorrà dire che quella persona ha esaurito il suo karma".

Dopo 8 mesi di sofferenze atroci metto fine a quella relazione tossica, che mi stava risucchiando l'esistenza, ma l'incubo non è terminato. Un mix micidiale di senso di colpa, rabbia e frustrazione mi fa scivolare sull'orlo dell'abisso. Sto male, e la pratica è l'unica cosa che ho per provare a venire fuori da quella situazione insostenibile. Inizia così uno dei periodi più folli della mia vita: le mie giornate sono unicamente orientate alla pratica, recito per ore, faccio attività sokahan due volte a settimana al kaikan(il centro culturale, ovvero la "base" della Gakkai), apro casa per i meeting, passo le mie giornate studiando. E intanto la vita mi scorre davanti senza che me ne renda conto, rischio di perdere il lavoro, i miei familiari sono devastati dal dolore e dalla preoccupazione nel vedere i miei atteggiamenti folli, il mio fanatismo e la mia ottusità. La mia assenza. E ovviamente, non c'è stato un solo membro che mi abbia invitato a rallentare. Che mi abbia fatto notare le mie mancanze, i miei comportamenti deviati. Recitavo, studiavo, facevo shakubuku. Per loro bastava questo. Fortunatamente avevo deciso di affiancare il percorso col buddismo con uno psicoterapeutico, che pian piano mi aiuta ad aprire gli occhi, a darmi una calmata e a ricentrarmi. Capisco quanto sono stato manipolato. Che sono caduto in una trappola di cui non sono esente da responsabilità. Sono stato troppo debole, ingenuo e manipolabile. In parte penso di essermela meritata e ancora oggi sto facendo i conti con il mio senso di vergogna per aver consentito alla mia esistenza di essere così cieca, fragile e gestibile dalla volontà e dagli interessi altrui.

Il distacco è lento e graduale. Il primo passo è un meeting di regione a cui partecipo nel dicembre 2015, al termine di cui esplodo, protestando vivacemente per quella insulsa sequenza di bugie, falsità e amenità che si manifestano davanti ai miei occhi. Sono tutti lì, responsabili di alto livello, che parlano di numeri, consegne di gohonzon ed obiettivi di crescita per i gruppi, come se fossimo ad un meeting aziendale e le persone fossero oggetti o merce da vendere e scambiarsi a piacimento.

Lascio la responsabilità di Hombu, ma ormai è solo il primo passo. Gradualmente sparisco, mi allontano. La strada è segnata. Mantengo ancora qualche rapporto perché nonostante tutto credo che qualche anima buona anche tra i sokani ci sia. Poveri diavoli convinti di fare la cosa giusta, un po' com'ero io qualche anno fa.

Infine giunge la natural conclusione di tutta questa vicenda: mando la raccomandata di dimissioni dalla Gakkai e riconsegno il Gohonzon. La strada è ancora lunga, sento che non sono ancora in grado di lasciare andare in virtù della rabbia e del rancore che provo verso certe persone che si sono arrogate il diritto di manipolare la mia vita. Voglio superare anche questo odio. Perché fintanto che ci sarà, esisterà ancora qualcosa che mi lega alla Gakkai. Con cui non voglio avere più alcun legame. Voglio essere libero. Sono consapevole che fin quando coltiverò questi sentimenti negativi dentro al mio cuore, loro avranno vinto. Perché hanno vari modi per legarti a loro. E questo è uno.

Credo sia necessario un post scriptum al post precedente: la storia in esso narrata fu pubblicata circa un anno fa in un altro gruppo. A causa di questo racconto, divulgato pubblicamente, e di altri post dove denunciavo la condotta della Gakkai volta unicamente a creare un seguito cieco, osannante dell'organizzazione e delle sue finalità, annullando il pensiero analitico e lo spirito critico dei membri, ho ricevuto minacce di querela e denuncia. Le persone che accusavo di aver distrutto la mia vita e di averla manipolata per anni mi hanno dato del calunniatore, pur sapendo di cosa stessi parlando. Negavano l'evidenza, loro erano presenti in ognuno degli eventi da me citati nel racconto, quindi sapevano di cosa stessi parlando. Potete solo immaginare la rabbia e lo sconforto generato in me da queste accuse, come se non bastasse i membri della Gakkai hanno iniziato a colpirmi con la stessa arma che mi accusavano di aver usato, ovvero la calunnia, hanno iniziato a screditarmi anche con persone che non avevano nulla a che fare con la Gakkai, molte persone mi hanno trattato come un appestato, allontanandosi inspiegabilmente da me, togliendomi il saluto e trattandomi con disprezzo e arroganza.

Sono quasi due anni che ho lasciato l'organizzazione eppure il senso di sconfitta è ancora potente in me, se non altro in virtù della consapevolezza che non posso esimermi dal combattere una battaglia con un nemico molto più forte, che conosce i miei punti deboli perché per anni mi è stato accanto, fingendo di essermi amico."

(Arsenio Siani, Siena)


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